E così la nostra Balducci, che ci ha abituati, senza mai essere noiosa, alle sue acrobazie letterarie, gestendo abilmente un incedere ossimorico e metaforico, questa volta, procede nella stessa maniera nella descrizione dell’amore.
E se l’amore per la nostra Balducci fino a ieri è stata questione che travolge, sconquassa sul piano soprattutto fisico, in un abbandono totale al proprio sentire, oggi l’amore per la nostra poetessa si dispiega su mentalismi sottili, raffinati, in un gioco in cui gli amanti si sdoppiano e diventano sostanzialmente un gruppo di quattro persone distinte e dialoganti, di cui due fisiche e due assolutamente intellettive. Un gioco nel quale anche qui l’ossimoro è decisivo.
Senza dubbio gli schemi intellettuali di Chiara nell’approccio all’esistenza vanno sviluppandosi in maniera importante verso soluzioni più mature dell’esistenza in sé. Ed in questa poesia, lambisce alcune delle impostazioni dannunziane, quelle meno commerciali ed intellettualmente più raffinate, che rendono qualsiasi rapporto d’amore più sapido e meno scontato e limitato al fatto esclusivamente fisico.
Rosanna Gobetti
A ridere dei tuoi occhi curiosi mi hai insegnato
e a esser cioccolata, nei giorni tristi
e tè nero, nei giorni di sole.
Ti ho voluto, mio.
Mi hai voluto, tua.
E non femmina
ma donna, centellinandomi l’anima
in un tempo che non c’era
ma che resisteva nei nostri sguardi schivi
incapaci di resistersi.
Un addio non è mai un addio
se nei tuoi occhi
io ancora tremo, mio caro segreto.
Se tu, ancora tremi.
E allora, ti guardo e dico
e mento:
Addio, per sempre.
Chiara Balducci