L'ambiente e l'economia del Covid - di Gianmarco Pennetta

L'ambiente e l'economia del Covid - di Gianmarco Pennetta

      Prima che il noto Virus prendesse piede nelle nostre vite, eravamo abituati a vederla ogni venerdì di fronte al Parlamento svedese a protestare per l’ambiente, in uno sciopero che ha coinvolto gli studenti di tutto il mondo, attraverso il movimento “Fridays For Future” letteralmente venerdì per il futuro. Ci si riferisce ovviamente a  Greta Thumberg, che appena diciassettenne divenne simbolo della lotta ai cambiamenti climatici e contro l’immobilismo della politica internazionale. Dal Parlamento svedese, infatti, Greta passò a quello europeo, per approdare infine alle Nazioni Unite, dove tutti hanno ascoltato le sue dure parole di protesta.  

     L’escalation politica della piccola svedese dura, tuttavia, fino a quando il vortice pandemico ha soffocato anche la sua voce. Così dal marzo dello scorso anno le problematiche ambientali sembrerebbero non esistere più. Sembrerebbero, perché il Climate Clock -che calcola quanto tempo resta all’Umanità per agire prima che la crisi ambientale diventi irreversibile- corre inesorabile e le condizioni in cui versa l’ambiente non sono di certo migliorate. Anzi…

    Già dopo i primi mesi di pandemia la questione ambientale sembra appesantirsi per le migliaia di mascherine e di guanti monouso abbandonati per le strade delle città. A questo si è aggiunto l’aumento dei rifiuti speciali a carico degli ospedali e l’utilizzo delle confezioni di plastica nei supermercati. Così se da un lato si è osservata una riduzione dell’impatto antropico – eloquenti le immagini dell’erba spuntata tra i sampietrini a Piazza Navona a Roma – dall’altro, il notevole incremento dei dispositivi di protezione personale, ovviamente in plastica, ha da subito creato una forte pressione sui sistemi di raccolta dei rifiuti.

   Secondo i risultati di uno studio condotto dai ricercatori della University of Southern Denmark e pubblicato sulla rivista Frontiers of Environmental Science & Engineering “le mascherine usa e getta sono prodotti in plastica che non possono essere rapidamente biodegradati, ma invece frammentati in particelle di plastica più piccole, ovvero micro e nano plastiche che si diffondono negli ecosistemi”. Con il divieto di utilizzo delle mascherine di stoffa in alcuni paesi, l’utilizzo dei dispositivi usa e getta è aumentato vertiginosamente. Da fonti Ansa infatti, si stima che siano stati già utilizzati 129 miliardi di mascherine ogni mese, ovvero 3 milioni al minuto in tutto il mondo. 

    Ritornando alla tematica ambientale, la questione ha aperto una discussione, giovane relativamente, in cui il nostro Paese ha già fornito un contributo fondamentale. Al riguardo, Il Club Roma, un’associazione di volontari, costituita nel 1968 da un gruppo internazionale di trenta fra scienziati, educatori, economisti, umanisti, industriali e funzionari di stato, a seguito di un incontro presso l’Accademia dei Lincei in Roma, su iniziativa di Aurelio Peccei,  infatti, affidò, ad un gruppo di ricercatori del Massachusetts of Technology (MiT), il compito di indagare sulle cause e sulle  conseguenze a lungo termine, della crescita di alcune grandezze misurabili, sia in ambito demografico sia ambientale. I risultati del relativo studio, pubblicato ne “I limiti dello sviluppo”, si posero a fondamento per la definizione di sviluppo sostenibile, il cui dibattito culminò con la pubblicazione nel 1987 del Rapporto Brundland.

    Ad ogni modo, lo scorso 18 aprile 2021 è stata la Giornata Nazionale di Raccolta dei Rifiuti Abbandonati nell’Ambiente, organizzata dall’Associazione Plastc Free. In 140 appuntamenti in tutta Italia sono stati raccolti più di cento mila kg di rifiuti, tra cui guanti e mascherine. Questo evidenzia che il problema è molto sentito e riguarda tutti. Una questione che il ricorso massiccio alle mascherine ha amplificato e che può trovare la giusta via d’uscita solo collaborando.

     Per fronteggiare l’impatto ambientale dell’uso delle mascherine sono state introdotte dal Governo delle linee guida sul riciclo dei dispositivi di sicurezza personale, facilmente consultabili sul sito del Ministero dell’Ambiente oppure sui siti dei vari comuni. Una questione, tuttavia, ancora tutta da risolvere in maniera ottimale e che pertanto richiede la massima attenzione da parte di tutti, nonché l’assunzione di un profondo senso di responsabilità.

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