La Scuola dove insegno da molti anni, ha la fortuna di avere un giardino che è situato proprio fuori dalla mia aula. Al centro troneggia, fiero, un albero di falso pepe che è lì da sempre, pronto a scandire il tempo delle stagioni e degli anni che passano. É un albero generoso, regala la sua ombra per tutta la mattinata e i suoi lunghi rami sembrano accogliere i bambini quando gli corrono incontro.
Quanti alunni ha visto passare negli anni! E anche adesso, quando il tempo è bello, usciamo fuori, per sgranchirci un po' e trascorrere del tempo tutto nostro. È il tempo più bello, più autentico, sottratto alle lezioni, ai doveri, ai programmi, in cui ognuno è se stesso, persino io. Così mi ritrovo spesso a giocare con loro, a fotografarli nelle pose più bizzarre o mentre si stringono intorno al tronco dell’albero tenendosi per mano.
All’inizio dell’anno scolastico, un paio di volte al giorno, uscivamo all’aperto per far sanificare l’aula e… i loro polmoni. Ogni volta portavo con me un libro e leggevo una storia sotto il nostro albero. Diventata ormai un’abitudine ho pensato di salvare delle seggioline che, dopo il rinnovo degli arredi scolastici e i lavori realizzati per il distanziamento, erano state ammucchiate vicino alla palestra per essere, poi, buttate via. Così, dopo averle recuperate, le ho sistemate in cerchio intorno al nostro amico Pepè, (come dalla foto che ho scattato) che è il nomignolo che i bambini gli hanno attribuito dopo un piccolo sondaggio; e ancora oggi, durante la ricreazione, mi chiedono di uscire: corrono per conquistarsi una sediolina, si accomodano con il contenitore della merenda in mano, pronti per ascoltare un’altra storia.
Che poi, a dirla tutta, non si tratta mai di una sola storia, ma di due, tre… e non si finisce mai con la semplice lettura, ma si apre un dialogo fatto di interazione dove la storia prende vita… viene mimata, rappresentata o è spunto di mille domande e curiosità, tutte da accogliere e considerare. Sul più bello però accade che qualcuno vuole raccontare qualcosa di suo e così sfrena la propria fantasia inventando tutto di sana pianta o, se va bene, si collega all’ultima storia di Rodari appena ascoltata ricamandoci su; poi c’è sempre chi vuole raccontare le proprie esperienze e, in questo modo, si fanno spazio le narrazioni, per me, più interessanti.
E allora le parti si invertono, sono io ad ascoltare le loro storie e imparo a conoscerli, a comprendere le loro paure ed emozioni e i lati più nascosti e imprevedibili del loro carattere.
Qualche giorno fa un bambino mi ha detto di aver avuto un’idea geniale e ha proposto di chiamare il nostro albero “Pepè, l’albero delle parole” perché, secondo lui, non solo le storie, ma anche i canti, i giochi, tutto quello che diciamo vicino al nostro amico è fatto di parole. A me è sembrata una bella idea!
In fondo Pepè ascolta, da anni, tantissime storie, custodisce segreti e speranze di generazioni di alunni e poi, le storie piacciono sempre ai bambini e penso che in questo tempo, dominato dalla tecnologia, dai videogiochi, dalla realtà virtuale, le apprezzino ancora di più, forse perché il tutto avviene in un tempo lento, dilatato a cui non sono più abituati. Lo vedo nei loro occhi incantati ogni volta che leggo una storia: quando si identificano con i personaggi, con questo o quell’eroe, nel combattere battaglie mai perse, nel viaggiare verso mondi lontani. Durante l’ascolto ogni singola parola, ogni piccola pausa, ogni inflessione della voce, acquistano importanza e significato e così si spalanca la porta all’immaginazione, alla bellezza, alla creatività, alla conoscenza, alle proprie emozioni e ai valori della vita!
Credo molto nella valenza pedagogica della lettura e in una didattica della narrazione coinvolgente. Per questo motivo per diversi anni ho curato nella mia scuola l’organizzazione di una Maratona di lettura, uno scambio di libri e di letture tra alunni di varie età, tra adulti e bambini, dove le barriere dell’età e dei ruoli venivano a cadere e si era tutti contemporaneamente lettori e ascoltatori, senza più chiusure di spazi e di menti. Oggi più che mai c’è bisogno di fermarsi e di recuperare il tempo, soprattutto quello da trascorrere con i bambini per prendersene cura e ascoltarli, per educarli e trasmettere loro il piacere per la lettura. Insomma, quello che per i bambini è un gioco, per me è un importante momento di crescita. Loro non lo sanno, ma imparano tanto fuori dall’aula, sotto quell’albero.
Loro pensano che sia tutto un gioco e io glielo lascio credere!