La Pazienza delle parole - di Monia Politi

La Pazienza delle parole - di Monia Politi

      C'è una targa, detta delle 10 P, presso il santuario di Santa Maria di Leuca del Belvedere a Barbarano del Capo in provincia di Lecce. Le 10 P sono un consiglio per tutti, da tenere sempre a mente. “Parole Poco Pensate Portano Pena, Perciò Prima Pensare Poi Parlare”. Questa massima può essere considerata la pietra miliare della comunicazione, quel complesso processo che ci mette in relazione con il mondo esterno; essa è un chiaro invito, attuale più che mai, a prendersi del tempo prima di parlare per evitare spiacevoli sorprese e questo tempo altro non è che la pazienza. Parleremo dunque di come la comunicazione intreccia le sue sorti con la pazienza.

     Il verbo ”comunicare” deriva dal latino "communicare", mettere in comune, ed è questa la prima grande sfida di questa azione: non basta pronunciare, scrivere per comunicare; la comunicazione avviene quando arriva, quando l’espressione è compresa e diventa patrimonio comune per la costruzione di una discussione, di un sapere, di una cultura.  E non è solo questione di parlare la stessa lingua.

     Prima di tutto dobbiamo avere "qualcosa da dire", nel senso che le parole, che di lì a poco usciranno dalla nostra bocca, esprimono un pensiero, il nostro. Questo pensiero viene tradotto in parole, quelle che appartengono al nostro vocabolario, che può essere più o meno ricco, e dall'uso che facciamo di questo bagaglio dipende l'efficacia della comunicazione. Qui si apre un mondo.

     Si dice che le parole creino la realtà, sono l’arma più potente che abbiamo, sono il mezzo attraverso il quale comunichiamo i nostri sentimenti, i nostri pensieri. Come possiamo comunicare e incidere sulla realtà, se non abbiamo parole per tradurre i nostri pensieri? La nostra lingua si sta impoverendo, ormai abbraccia una visione della realtà, che privilegia la rapidità, l’immediatezza. La cosiddetta sinteticità, oggi tanto osannata in diversi contesti, ha comportato una crescente banalizzazione di questioni complesse. Che cosa possiamo fare? Curare la lingua, allenarci nel parlare, evitare inutili anglicismi, riflettere per non incorrere automatismi mentali, concederci il tempo necessario perché alcune cose hanno bisogno del loro tempo, tempo per essere spiegate, apprese, assaporate, interiorizzate. In una sola espressione: avere pazienza

     Questa cura del linguaggio non basta; va inoltre ricordato che la parola nasce dal corpo, nasce dal desiderio di esprimere un’intenzione e pertanto va accompagnata da una gestualità ed espressività fisiche che siano coerenti con quanto stiamo dicendo: la cosiddetta comunicazione non verbale, fatta di sguardi, e movimenti a volte impercettibili dei nostri muscoli, rivela cosa davvero vogliamo dire quando parliamo.

    Tornando alle parole, la scelta di quelle giuste da dire, ma a volte anche di quelle da non dire -come suggerisce Alda Merini- non dipende solo da noi, serve un'altra elaborazione, che riguarda la persona alla quale stiamo per dire qualcosa: è fondamentale conoscere chi abbiamo difronte, perché il mio registro linguistico deve atterrare in uno spazio intersezione tra il mio mondo e quello dell'altro; le espressioni linguistiche di cui ci serviamo, dunque devono essere specifiche in relazione all’interlocutore e al contesto nel quale ci troviamo. Da questa prima analisi emerge chiaramente che affinché la parola “lasci” noi per arrivare all’altro in modo efficace, dobbiamo allenarci alla pazienza. Ma cambiamo ora la nostra prospettiva, perché per comunicare non basta aver cura nel parlare.

    Quando il nostro pensiero è fuori di noi, ma ancora non è stato percepito dal nostro interlocutore, quest'ultimo deve mettersi in ascolto che non è un fatto passivo, bensì un atto di volontà che permette la interiorizzazione e rielaborazione delle parole ricevute. E questa accoglienza è un altro punto cardine della comunicazione, nel quale si innesta nuovamente la pazienza, biforcando la sua valenza: da un lato, chi ci ascolta deve darsi il tempo della comprensione per poter rispondere e non reagire alle nostre parole, e dall’altro noi abbiamo il “dovere” di attendere l’arrivo di quella risposta. E questa può non essere immediata e scontata.

      La scrittrice Gabriella Caramore nel suo libro “Pazienza” delinea la figura del profeta: dopo un periodo di grande vicinanza a Dio, Giobbe sperimenta una serie di sventure e chiede a Dio il perché di queste sciagure, ma le risposte di Dio prima tardano ad arrivare, poi sono infinitamente distanti, crudeli e indifferenti. A questo punto Giobbe inveisce contro Dio, lo offende, lo maledice; e allora dove è la Pazienza? Giobbe ad un certo punto molla gli ormeggi, ma non per arrendersi ma per constatare che ci sono cose che l’uomo forse non può spiegare. Scrive Caramore: “Forse con la pazienza di Giobbe abbiamo dato il nome di dio a ciò che non conosciamo […] a quell’imperscrutabile movimento dei mondi di cui ci affanniamo a voler svelare l’enigma”.  

    Calando La vicenda di Giobbe nel nostro vivere quotidiano, essa offre interessanti spunti di riflessione in merito alla comunicazione, ricordando che non solo è necessario dare il tempo al nostro interlocutore di formulare la risposta, esercitando tutta la nostra pazienza in questo attendere, ma il “rischio” potrebbe essere che la risposta ricevuta scardini le nostre convinzioni, ci sorprenda, ci spiazzi.

     In conclusione, possiamo dire, a valle di questa breve analisi, che comunicare non è semplicemente “dare fiato alle trombe”, è un mestiere delicato e rischioso che può avvicinare o allontanare gli esseri umani se la trama di questa tessitura non è fatta di Pazienza. E la Pazienza è quell’energia potenziale che sa trasformarsi in energia cinetica senza brusche accelerazioni.

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